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Nome: Beppe (Gip)
Qualcuno che ama scrivere quando le emozioni diventano condivisione di attimi particolari anche tra un 13 ed un 10.
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Funkostorung - Addictional Productions
Pink Floyd - The Dark Side oh the Moon
Jeff Buckley - Grace
Samuele Bersani - Replay
Elisa - Una poesia anche per te
Muse - Starlight
La Crus - La finestra di casa mia
Subsonica - Nuvole Rapide
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Ma si che tanto prima o poi la sera viene e si porta via tutti i problemi della giornata.
Altro che su e giù di corsa per fare disfare rifare, di sera tutto si ferma e tutto si riposa.
Sopratutto i pensieri.
Difatti se ti guardi in giro, ora che sei li da solo in quel grosso ufficio, che ti sembra ancora più che grosso, senti una certa sensazione di pace e di tranquillità.
Viene la sera e si porta via le persone chiaccherose e casinose, magari che solo un po' di solitudine nascondono ed allora la mascherano con tutto quel fumo attorno ai loro atomi che in continuazione circolano nel loro piccolo e nascosto universo.
Anche per quella pianta di ulivo, non contorta ma traboccante di esperienza, arriva la sera che nasconde i raggi del sole e lascia le carezze di una luna di mezza primavera con un sottile vento tiepido, pure le sue foglie tirano il sospiro del sollievo e tutte assieme si muovono con abbandono.
Per i fiori e la terra che li contiene, pure fino a li arriva la sera, che li fa apparire meno vistosi, magari è il loro profumo che aspetta un filo di buio per attirare l'attenzione, per far girare i nasi di chi sa riconoscere nei petali il loro destino o forse è li che lo cerca dopo averlo invano rincorso inseguito in tutte le notti dove solo la pioggia rimane a parlare con te.
Anche per le parole che escono dai telefoni, che girano per le piazze, che corrono nelle vie alberate, che aprono le porte di negozi del centro, pure per tutte queste parole la sera arriva e le placa, le fa scivolare sotto la carta velina proprio come stasera sembra questo cielo e queste nuvole.
Per i tasti neri ed i tasti bianchi di un pianoforte schiacciato dalle dita di una giornata di nuove note, pressato dalle forti dita del compositore che lascia risuonare nell'aria la nuova melodia ed il nuovo successo che tutti fischietteranno la sera, quando arriva, anche per lui.
Per tutti arriva la sera, ma sopratutto per chi non la sta aspettando, per chi alza gli occhi e non trova più il sole, quando fino a prima era li dietro l'angolo, come un bambino che gioca a nascondino.
E ci sono sere, in cui la sera, ci mette davvero tanto tempo, prima di arrivare..

Come si inizia una lettera da ignoto viaggiatore?
Non lo so, forse dai saluti dell'arrivo, o magari dai pensieri che mi sono balenati durante questo lungo viaggio.
Difficile scegliere quale dei due, sapete?
Prima di tutto, volevo dirvi che sto bene, non preoccupatevi per me, è certo che ritorno presto.
Così mi hanno detto prima di spedirmi in questa città piena di sconosciuti, ed anch'essa ignota.
Ma del resto, cosa si poteva aspettare un ignoto viaggiatore, di arrivare e riconoscere ogni angolo attorno a se?
E' stato lungo il viaggio ma poi nemmeno tanto se ci penso davvero bene, vedere le colline ed i monti che cambiavano durante il tragitto mi ha tenuto molta molta compagnia. Sapete, qui fuori è davvero un mondo spazioso e variopinto, che è quasi scontato definirlo bellissimo, di certo è sconosciuto.
Ho sempre viaggiato poco, sono sempre stato abituato a vivere nel mio quartiere, a salutare gli stessi volti che cambiavano solo con il passare del tempo. Quasi ci si divertiva a contare giorno per giorno le rughe degli anziani che al bar giocavano alle carte con un bicchiere di vino rosso, quello buono dei nostri colli sopra la cittadina.
Qui invece non si vedono colline, se apri la finestra vedi solo tante altre case, tutte uguali e tutte un po' ingrigite.
Però il sole riesce ad arrivare anche nei vicoli più stretti per fortuna, dico.
E' che sembra meno chiaro e limpido di quello delle mie vecchie mattine, ma secondo me sono solo gli occhiali che ho dovuto mettere per vedere meglio le cose lontane. Penso che sia solo suggestione, in fin dei conti.
Come anche la stessa necessità di inseguire, l'arcano motivo che mi ha spinto fino quaggiù lontano da tutto e tutti.
Sopratutto da voi, che mi avete sempre voluto bene, sopra ogni cosa.
Sapete, rimane buffo a volte non capire se sia stato io a venire fin quaggiù, oppure voi ad essere ignoti viaggiatori in luogo altrettanto ignoto. Penso questo perchè qualsiasi luogo, qualsiasi spazio, o tempo che non posso condividere con tutti voi, sarebbe sconosciuto e diverso, anche il solito bar la dietro i soliti isolati vicino al panettiere ed alla insegna del cinema chiuso ormai da tanti anni, con una locandina che è ancora la stessa. Lo stesso film, tutte le sere, da tempo immemore, gli stessi spettatori su quelle poltroncine.
Una pellicola che non inizia mai e non finisce mai.
Non pensate che io sia triste, tutt'altro. Vedere tutto questo scoprire è davvero molto bello ed interessante.
E' solo che al momento sono più occupato al mio inseguimento, piuttosto che di imparare le cose nuove.
Ma è solo una scelta, come quella che io ho fatto prima di percorrere il primo passo di questa avventura.
Appena posso permettermi una macchina fotografica vi mando qualche scatto del luogo di dove vivo, le cartoline che vendono qui giù la tabaccheria di sotto non mi piacciono e non riportano i luoghi che sono solito vedere con i miei occhi.
Sembra quasi che siano sconosciuti anche alle altre persone che qui insieme a me vivono.
Adesso vado a letto, qui viene buio presto la sera e le candele sono contate, percui centellino il suo chiarore.
Vi mando anche la buonanotte, state tranquilli per me perchè sto bene.
Anche se mi mancate tanto. E con loro il sorriso che solo insieme a voi avevo tutti i giorni.
Ciao a presto.
soave la musica si espande nel profumare
come i boccioli si ritrovan in bosco improvvisato
il tuo volto ed i tuoi occhi le mie mani a richiamare
passaggio lento sottile ma come una poesia decantato
con i tuoi lunghi capelli mi ritrovo a giocare
come bimbo nel meriggio di un antico luogo incantato
immagine di colori profumi e suoni da accarezzare
sì che nel tuo abbraccio al buio mi cedo ammaliato
vellutate dune
il vento nelle mie mani
scopre mille terre
in ogni penombra
dei tuoi profili
Mio fido destriero
qui dinnanzi a me e te si staglia la valle di cui io mai ti ho parlato
nel mio sogno colmo di luce e di virtù
fatto una delle più buie notti di qualche tempo fa
dopo l'ennesima battaglia senza morti ne ferite
così il nostro cammino ora acquisisce un senso mentre il sole ti acceca
ma non mi avresti creduto se ti avessi raccontato
di tutto il tesoro che avevo intravisto
ho dovuto farti viaggiare tantissimo senza sosta amico mio
compagno di mille valli montagne e guerre
ma dimmi ora che vedi tutto questo di fronte a te
sarei io riuscito a mostrarti con le mie povere parole
o a spiegarti una bellezza che spezza il fiato attorciglia la lingua e stringe il cuore?
Non ti potevo promettere azzurri fiumi dopo averti trasportato per lunghi anni in lande desolate
oscure di luce di sentimenti ed affamate del solo pane raffermo
non potevo farti credere che avresti trovato il riposo di un guerriero
dietro una lunga tavola imbandita ad osservare solo il tramonto
senza attendere il prossimo attacco del nemico nascosto come le tue paure.
Tu amico mio, nemmeno tu mi avresti creduto
ed io ti avrei capito perchè le tue paure erano e sono le mie paure
per questo ho lasciato che fosse il silenzio l'unico a parlare
e a guidarci verso questa valle che nel mio sogno avevo trovato
ora appare ancora più radiosa ed incantevole
ad ogni nuovo momento che scorre di fronte ai nostri occhi
affamati di tutto quello che serve a farci sentire vivi.
Ho seguito quel sogno
per te e per me
ci ho creduto anche senza saperlo che potesse esistere
così forte è stato il richiamo
impossibile è stato resistere
questa valle che perde l'orizzonte a vista d'occhio
conosce un sole ed una luna che ridono
anche noi con loro sorridiamo ed iniziamo a toglierci questi abiti oscuri
per vestirci solo di fiori
per sentirci leggeri ed abbandonarci in questo tiepido vento.
Mio fido destriero
segui il tuo amico dei tempi che furono
adesso è ora di volare.
IL SEGNO CHE CONDUCE
DOVE FINISCE LA VISTA
RICOPRE LA STRADA DEL VIAGGIO
FINO A NASCONDERLA

La corsia era lunga, ai lati i muri erano bianchi e tutti maledettamente uguali, solo una striscia di appoggiamani si srotolava fino alla lontana luce soffusa del prossimo corriodio.
Nel seguito la luce era diversa e più calda e le porte aperte davanti ai suoi occhi raccoglievano i rumori che nella notte gli tenevano della compagnia.
Spesso era il rumore della pioggia quando tutto faceva il silenzio, a volte si trattava del nuovo jingle della pubblicità regresso del progresso, ma poi se ci stava a pensare qualche attimo di più, già non gli faceva più ne caldo ne freddo. Era solo un altro rumore che rimbombava nelle sue orecchie, quando non c'era più la luce biancastra ma solo del gran buio e qualche piccola luce a forma di rettangolo, ma di quelle messe in basso, proprio per non inciampare nelle ombre.
E quei quadretti, sulle pareti, erano davvero strani e buffi. Strani perchè ogni giorno cambiavano, quasi come un caleidoscopio, ma erano sempre gli stessi visi delle stesse persone nelle stesse posizioni co le stesse fotografie. E per questo anche buffi, questi ritagli di tempo, presi e inchiodati ai muri, parevano vivere di vita propria, sembrava che nascondessero mille e più segreti, sembrava che avessero qualcuno a casa che li stesse aspettando, quelle stesse figure stavano pure pensando a loro.
Invece li la sensazione era di essere un po' dimenticati, quasi come un aspirapolvere che viene relegato nel sotto scala perchè non funziona come dovrebbe o come previsto. Magari non era assolutamente vero ma il tempo che si dilatava come una gomma da masticare, dava questa sensazione di inesistenza.
La cosa che rimaneva da fare era inseguire. E lui lo sapeva benissimo questo, si stava davvero gettando in quell'ordine di idee, stava focalizzano il suo obiettivo, lo stava studiando fino nei minimi dettagli.
Non perchè avesse tempo da gettare, quello nessuno lo possiede o perlomeno sa dove trovarlo.
Motivo vero era l'impossibilità dell'errore, non si avrebbero avuto altre opportunità, altre occasioni.
Invero, frequentemente si chiedeva se tutto ciò fosse il parto della sua mente, se tutto quello che vedeva spiegarsi di fronte ai suoi occhi non fosse altro che una terribile allucinazione.
O ancora meglio, un bruttissimo sogno, che era riuscito a catturarlo così realmente da far apparire tutto il resto un incubo nell'incubo.
Poi ritornava un attimo di lucidità, quell'attimo che magari era sempre ritagliato in un viaggio onirico talmente lucido da apparire realtà. E ancora rimaneva il pensiero dell'inseguimento.
Ma al buio, spesso si chiedeva, se la realtà davvero iniziasse oltre quel corridoio dove la luce era più calda, oppure fosse stata rinchiusa nelle foto appese al muro.
Magari, quelle persone che apparivano ferme, in un altro luogo, in un altro momento, attraverso quel pezzo di carta che sembrava inanimato, potevano osservare lo stesso corridoio, chiedendosi essi stessi dove si nascondevano inizio e fine.

"Mollate gli ormeggi! Sganciate quelle funi! Di corsa! Non abbiamo tempo da perdere!"
Il capitano Kirghall stava impartendo gli ultimi ordini prima di salpare verso il nuovo viaggio, era ansioso e trasudava impazienza da ogni poro, tutto il suo equipaggio se ne era accorto.
"Dove stiamo andando, questa volta?" chiese il nostromo Ishirar sbuffando dalla vecchia pipa in legno di quercia, seminascosta dalla bianchissima e folta barba.
Un attimo di silenzio, poi Ogahel, che mille e più mari aveva solcato con il fiero capitano, replicò con tono grave,
"Non lo so. Kirghall da qualche tempo è piuttosto strano. Tre lune fa era a guardare le stelle, proprio la sul molo, ad un certo punto l'ho sentito pronunciare, io devo farlo."
Una nave a due alberi, sotto la polena si poteva leggere il suo nome, Nimonio, ricordo di quel fantastico viaggio nelle acque e nelle terre del lontano e misterioso oriente.
Anche lei attendeva con imperiosa calma i nuovi ordini, le bianche vele pronte una volta di più ad abbracciare le prossime brezze marine e con loro viaggiare verso nuovi orizzonti.
Una tavola su cui l'ultimo sole della giornata rifletteva il proprio rossore, era una normale giornata di fine estate in quel porto, perduto ai confini del mondo e della immaginazione degli uomini soliti passare il loro tempo su quello che comunemente veniva chiamato terra.
"Su muoviamoci, non possiamo permetterci di perdere altro tempo! Scansafatiche!"
Le ombre si stavano allungando, i gabbiani ritornavano verso la costa prima del buio, il vento caldo accarezzava il vecchio ed esperto capitano, lo sguardo lontano a cercare oltre l'orizzonte, il suo sogno o forse anche i suoi limiti.
E la sera si avvicinava, assieme all'ora della partenza.
"Io voglio tanto correre.
Avrei voglia di correre, ma si che mi piacerebbe davvero girare forte forte attorno a quel piccolo albero, quello che è in questa piazza.
Si è vero, magari potrebbe sembrare poco un solo albero, ma me lo faccio bastare tutto.
E poi chi ha detto che non è abbastanza grande o che non è abbastanza piccolo?
Dai devo solo girarci attorno, così magari il giro finisce prima e poi ne posso iniziare un altro, ma poi ne posso iniziare un altro ancora!
Quindi non è ne piccolo ne grande. E' mio. E a me piace tantissimo.
Mi fa sentire meno solo quando il cielo qui fuori è nascosto dal grigio che esce dalle montagne che tutto attorno circondano.
Ma saranno le rocce, che poi anche loro sono molto grigie, a respirare fuori tutto questo?
Quasi quasi uno di questi giorni, quando la mia gamba mi farà meno male, mi ci arrampico fino la in alto e vado a vederle da vicino.
Quasi quasi scappo.
Però stavolta non mi faccio prendere, altrimenti magari mi picchiano ancora ed io volevo solo correre lontano. Molto lontano.
Magari aspetto domani, o domani quell'altro, sono tanti giorni che piove e allora magari è più difficile, con questi due stracci che mi ritrovo addosso.
Mi manca anche la mia maglietta rossa con il disegno di tanti colori, mi manca davvero tanto se guardo questa casacca a striscie grigie anche loro come il cielo.
Se potessi baratterei anche lei per poter rivedere anche solo un attimo, lo stesso arcobaleno qui fuori. Così magari anche tutti gli altri possano sorridere per un momento.
Si ma non posso lasciarli tutti qui gli altri, devo aiutarli a scappare anche tutti loro.
Forse però è meglio che non ci pensi troppo, quelli che mi controllano non devono sospettare nulla di nulla.
Che se poi ci guardo bene da quella unica finestra, magari se asciugo un po' i vetri, o accidenti come sono sporchi questi vetri!, che se li asciugo un po' magari riesco meglio a vedere li fuori. Chissà che giorno è.
E poi ci sarà ancora il mio albero?
E ci saranno magari degli altri sassi per giocarci o avranno tolto anche quelli?
Difficile riposare su un giaciglio così rigido, ma almeno c'è tanto silenzio qui. Che poi è lo stesso che si sente fuori quando siamo tutti in fila.
Quando loro ci guardano per vedere se siamo troppo deboli per scappare.
E' qui che devo fare finta di niente, loro non devono capire che ho tanta energia per scappare fino dietro a quelle montagne così scure.
Ed ogni mattina, quando controllano se ci siamo ancora tutti, devo zoppicare ancora di più, così non avranno paura che me ne possa andare.
Non troppo però. Altrimenti, mi portano via da questa piazza e mi portano in un brutto posto, la da dove non è ritornato mai nessuno.
Un posto di quelli che se ci penso, mi spuntano un po' le lacrime a questi piccoli occhi, che ormai hanno già visto tutto quello che serve per non dimenticare mai.
Ecco, gli occhi sono già da grande, ma il cuore no. Per questo io voglio correre via.
Ma tu dici che correre dietro quelle montagne, poi si dimentica tutto?
Se non vedo più la piccola finestra, se non vedo più il giaciglio in legno, se non sento più il rumore di centinaia di grida in silenzio, tu dici che io posso dimenticare?
Se scambio questo pezzo di cielo che non cambia mai, con l'arcobaleno che portavo sulla mia maglietta, dici che posso ritornare a pensare come un bambino?
Io scappo.
Ci deve pur essere un posto dove io possa ancora correre, dove possa ancora giocare, dove possa ancora dimenticare di scappare ogni momento, dove io possa ancora correre in una altra piazza magari anche lei piena di sassi ma senza tutte queste baracche di legno che mi danno un pochino di tristezza.
Non tanta perchè io non ho paura di niente, ma un po' si.
Non posso nemmeno chiamarla paura, ma come si chiama quella cosa che ti sale fino alla gola e ti strozza il respiro anzi molto di più le parole e ti fa inginocchiare negli angoli più nascosti perchè non va bene che loro ti vedano che tu abbia questa cosa qui, che loro io non capisco perchè questo davvero proprio non lo capisco ma sembra che si divertano a vederti così tanto con quel nodo li che ti sale fino alla gola.
Ma io mi diverto a giocare a correre a ridere. Anche se è da tanto che non rido più però io lo so come si sta bene quando c'è qualcosa che ti fa ridere.
Anche se è ancora di più che non ho qualcosa o qualcuno che mi faccia giocare, però io me lo ricordo come è bello giocare.
Dici che quando passo di la di quelle montagne, magari rido e sorrido ancora? E magari gioco ancora con qualcuno o con qualcosa?
Io dico di si. Perchè non ho smesso di sognare.
Stanotte stavo volando!
Ero legato da un filo molto lungo ma io ero libero. E poi avevo tanti colori, e anche una coda, anche lei lunga lunga. E tutte le baracche erano piccolissime da la in alto, così piccole che sembravano tante barrette di cioccolata, e loro erano davvero come delle formiche.
Stavo andando verso le montagne, e lo sai che li dietro il cielo non è più grigio ma azzurrissimo? Ed è bellissimo.
Sai quanti alberi si vedono da li, ma ce ne sono tanti e poi tanti, altro che correre li ci passi una estate intera!
E la cosa più bella era che il filo diventava sempre più lungo, sempre più lungo e poi...puff...si staccava da quella piazza e mi lasciava libero di correre dietro a quelle montagne!
Ed era davvero un sogno..si. E volavo via.
Mentre volo via, quando sorvolo le montagne, capisco che non è il respiro delle rocce, ne il colore delle montagne.
Il cielo la dietro è e sarà sempre grigio, di azzurro non se ne vedrà mai.
Mai.
Fino a che dietro a quel filo, su quella piazza, vicino a quell'unico albero, rimarranno anche solo due occhi da grande su un bambino."
E' una storia completamente di fantasia, l'ho scritta non perchè mi sentissi triste, ma così, è semplicemente uscita.
Fortunatamente non ho mai vissuto l'orrore di un campo di concentramento, ho passato solo poche ore all'interno di uno di questi e l'aria che si respira è davvero molto pesante.
Il cielo è davvero tutto grigio, magari non sempre ma mi piace pensare che nemmeno la volta abbia ancora dimenticato del tutto, quando ci pensa troppo anche lei diventa triste.
E come potrebbero dimenticare due occhi che sono dovuti diventare loro malgrado "grandi", racchiusi in un cuore ancora piccolo ma non di sentimenti.
Oniriche fughe oltre le montagne a cercare un pezzo di azzurro o un albero in più. O chissà cosa, magari solo a cercare di dimenticare l'orrore di quei giorni che non passavano mai. Senza avere paura mai.
Una storia, dunque, un po' di parole a quasi 61 anni dall'anniversario di liberazione di Auschwitz, simbolo di tanti troppi campi di concentramento.
Dedicata ad un bambino che spero non sia mai esistito, se non nei miei pensieri notturni.
Pallina si asciugò le mani, aveva abbracciato accompagnato e trasportato
dentro questa sua casupola
la figura nera scura piccola ed inconsuetamente familiare.
Ma che cosa, cosa le stava succedendo, accidenti
ma si stava cadendo dentro una delle tazze del the
però si ci stava scivolando dal cucchiaino che era di metallo
e rifletteva i suoi grandi occhi completamente strabuzzati
che stavano stupendosi della maravigliosa scivolata verso il caldissimo liquido
ma accidenti io adesso vorrei volare io vorrei volare via si da questo caldissimo lago
no no non ci posso davvero riuscire no che non ci posso riuscire
aspetta che chiudo gli occhi ooooooooooooooooooooooooooo
invece si che prese a volare e volteggiare in modo assolutamente casuale e circostante
e si che vedeva la neve e si che vedeva gli alberi carichi di neve
e si che vedeva tutto ma si che vedeva anche Pallina e Digo
ma si che vedeva anche il tavolino ma si che adesso vedeva pure i biscotti
e poi vedeva il focolare e poi vedeva anche le assi di legno alcune storte ma bellissime
quelle che conducevano dalla porta d'ingresso infino al centro della stanza
ma io non sono io ma come faccio io ma chi sono e dove sono io
e come mai sento questa sensazione che è un po' come essere leggeri e non avere nessuna gravità
ma si quelle cose che ci tengono legati ma tanto costretti alla super-ficie che detto così sembra un vero super-eoroe.
Il tocco sulla sua spalla dal castoro avvicinato risvegliò Pallina.
Che si trovò a trovarsi senza oriente. Senza levante. Aspetta.
Si, mi riprendo, disse. Adesso vedeva ancora la stanza, il focolare
vedeva Digo che accanto a...lei...la guardava fisso nei suoi occhi.
Ma era uno sguardo diverso dal solito. Non era più quello sguardo che veniva da tutte le dighe
che il castoro ogni giorno costruiva. Non riusciva a spiegarselo. A capirlo.
Come non riusciva a capire il motivo percui i biscotti fossero ancora cambiati modificati spostati.
Ma questa volta pareva potesse leggere qualchecosa...si, sembra proprio di poter leggere qualcosa.
Digo fece allora qualche passo verso il focolare per avvicinarsi all'insolito visitatore
Insomma la sua curiosità iniziava ad aumentare sempre di più
acquistò qualche etto di coraggio e con voce fioca provò a domandare
senza essere troppo maleducato
almeno il nome oppure di mostrare cosa si celasse sotto a quel mantello incappucciato.
Prima di proferire qualsiasi sillaba però diede una occhiata a Pallina
come di tacita approvazione così tanto per sicurezza e..però...non aveva mai fatto caso al
piccolo e carinissimo ciuffetto che le spuntava
si intonava molto bene con tutto il resto del suo morbidissimo manto e...ma...
il castoro si stupì con se stesso.
Tutto ad un tratto si era accorto che Pallina non era solo un ghiro
ma, una femmina. E come era bella...anzi, era davvero bellissima...
E li per li non capì come mai non se ne fosse mai accorto!
Ma al momento non gli interessava più nulla del mantello e del cappuccio
e del mistero che circondava quel personaggio, se di personaggio si poteva parlare.
Il ghiro vide il castoro e li per li, fu per dargli il tacito consenso di chiedere
all'ospite chi mai fosse, però...appena incrociò i suoi occhi
vide qualcosa che non aveva mai visto fino a quell'attimo
non riusciva a spiegarselo quel fremito che saliva fin dalle zampette
per arrivare dritto dritto al cuoricino che prese a battere
come da tempo e forse mai aveva rintoccato.
Non aveva mai notato come i suoi occhi fossero così profondi e scuri ma colmi di
qualcosa che non aveva mai visto prima d'ora.
Ed in un attimo si trovò anzi si perse in quello sguardo
fu trasportata in una dimensione tutta particolare e tutta soffice e profumata.
Era un perdersi di infinita dolcezza.
Infinita. Tenerezza.