
"Mollate gli ormeggi! Sganciate quelle funi! Di corsa! Non abbiamo tempo da perdere!"
Il capitano Kirghall stava impartendo gli ultimi ordini prima di salpare verso il nuovo viaggio, era ansioso e trasudava impazienza da ogni poro, tutto il suo equipaggio se ne era accorto.
"Dove stiamo andando, questa volta?" chiese il nostromo Ishirar sbuffando dalla vecchia pipa in legno di quercia, seminascosta dalla bianchissima e folta barba.
Un attimo di silenzio, poi Ogahel, che mille e più mari aveva solcato con il fiero capitano, replicò con tono grave,
"Non lo so. Kirghall da qualche tempo è piuttosto strano. Tre lune fa era a guardare le stelle, proprio la sul molo, ad un certo punto l'ho sentito pronunciare, io devo farlo."
Una nave a due alberi, sotto la polena si poteva leggere il suo nome, Nimonio, ricordo di quel fantastico viaggio nelle acque e nelle terre del lontano e misterioso oriente.
Anche lei attendeva con imperiosa calma i nuovi ordini, le bianche vele pronte una volta di più ad abbracciare le prossime brezze marine e con loro viaggiare verso nuovi orizzonti.
Una tavola su cui l'ultimo sole della giornata rifletteva il proprio rossore, era una normale giornata di fine estate in quel porto, perduto ai confini del mondo e della immaginazione degli uomini soliti passare il loro tempo su quello che comunemente veniva chiamato terra.
"Su muoviamoci, non possiamo permetterci di perdere altro tempo! Scansafatiche!"
Le ombre si stavano allungando, i gabbiani ritornavano verso la costa prima del buio, il vento caldo accarezzava il vecchio ed esperto capitano, lo sguardo lontano a cercare oltre l'orizzonte, il suo sogno o forse anche i suoi limiti.
E la sera si avvicinava, assieme all'ora della partenza.
"Io voglio tanto correre.
Avrei voglia di correre, ma si che mi piacerebbe davvero girare forte forte attorno a quel piccolo albero, quello che è in questa piazza.
Si è vero, magari potrebbe sembrare poco un solo albero, ma me lo faccio bastare tutto.
E poi chi ha detto che non è abbastanza grande o che non è abbastanza piccolo?
Dai devo solo girarci attorno, così magari il giro finisce prima e poi ne posso iniziare un altro, ma poi ne posso iniziare un altro ancora!
Quindi non è ne piccolo ne grande. E' mio. E a me piace tantissimo.
Mi fa sentire meno solo quando il cielo qui fuori è nascosto dal grigio che esce dalle montagne che tutto attorno circondano.
Ma saranno le rocce, che poi anche loro sono molto grigie, a respirare fuori tutto questo?
Quasi quasi uno di questi giorni, quando la mia gamba mi farà meno male, mi ci arrampico fino la in alto e vado a vederle da vicino.
Quasi quasi scappo.
Però stavolta non mi faccio prendere, altrimenti magari mi picchiano ancora ed io volevo solo correre lontano. Molto lontano.
Magari aspetto domani, o domani quell'altro, sono tanti giorni che piove e allora magari è più difficile, con questi due stracci che mi ritrovo addosso.
Mi manca anche la mia maglietta rossa con il disegno di tanti colori, mi manca davvero tanto se guardo questa casacca a striscie grigie anche loro come il cielo.
Se potessi baratterei anche lei per poter rivedere anche solo un attimo, lo stesso arcobaleno qui fuori. Così magari anche tutti gli altri possano sorridere per un momento.
Si ma non posso lasciarli tutti qui gli altri, devo aiutarli a scappare anche tutti loro.
Forse però è meglio che non ci pensi troppo, quelli che mi controllano non devono sospettare nulla di nulla.
Che se poi ci guardo bene da quella unica finestra, magari se asciugo un po' i vetri, o accidenti come sono sporchi questi vetri!, che se li asciugo un po' magari riesco meglio a vedere li fuori. Chissà che giorno è.
E poi ci sarà ancora il mio albero?
E ci saranno magari degli altri sassi per giocarci o avranno tolto anche quelli?
Difficile riposare su un giaciglio così rigido, ma almeno c'è tanto silenzio qui. Che poi è lo stesso che si sente fuori quando siamo tutti in fila.
Quando loro ci guardano per vedere se siamo troppo deboli per scappare.
E' qui che devo fare finta di niente, loro non devono capire che ho tanta energia per scappare fino dietro a quelle montagne così scure.
Ed ogni mattina, quando controllano se ci siamo ancora tutti, devo zoppicare ancora di più, così non avranno paura che me ne possa andare.
Non troppo però. Altrimenti, mi portano via da questa piazza e mi portano in un brutto posto, la da dove non è ritornato mai nessuno.
Un posto di quelli che se ci penso, mi spuntano un po' le lacrime a questi piccoli occhi, che ormai hanno già visto tutto quello che serve per non dimenticare mai.
Ecco, gli occhi sono già da grande, ma il cuore no. Per questo io voglio correre via.
Ma tu dici che correre dietro quelle montagne, poi si dimentica tutto?
Se non vedo più la piccola finestra, se non vedo più il giaciglio in legno, se non sento più il rumore di centinaia di grida in silenzio, tu dici che io posso dimenticare?
Se scambio questo pezzo di cielo che non cambia mai, con l'arcobaleno che portavo sulla mia maglietta, dici che posso ritornare a pensare come un bambino?
Io scappo.
Ci deve pur essere un posto dove io possa ancora correre, dove possa ancora giocare, dove possa ancora dimenticare di scappare ogni momento, dove io possa ancora correre in una altra piazza magari anche lei piena di sassi ma senza tutte queste baracche di legno che mi danno un pochino di tristezza.
Non tanta perchè io non ho paura di niente, ma un po' si.
Non posso nemmeno chiamarla paura, ma come si chiama quella cosa che ti sale fino alla gola e ti strozza il respiro anzi molto di più le parole e ti fa inginocchiare negli angoli più nascosti perchè non va bene che loro ti vedano che tu abbia questa cosa qui, che loro io non capisco perchè questo davvero proprio non lo capisco ma sembra che si divertano a vederti così tanto con quel nodo li che ti sale fino alla gola.
Ma io mi diverto a giocare a correre a ridere. Anche se è da tanto che non rido più però io lo so come si sta bene quando c'è qualcosa che ti fa ridere.
Anche se è ancora di più che non ho qualcosa o qualcuno che mi faccia giocare, però io me lo ricordo come è bello giocare.
Dici che quando passo di la di quelle montagne, magari rido e sorrido ancora? E magari gioco ancora con qualcuno o con qualcosa?
Io dico di si. Perchè non ho smesso di sognare.
Stanotte stavo volando!
Ero legato da un filo molto lungo ma io ero libero. E poi avevo tanti colori, e anche una coda, anche lei lunga lunga. E tutte le baracche erano piccolissime da la in alto, così piccole che sembravano tante barrette di cioccolata, e loro erano davvero come delle formiche.
Stavo andando verso le montagne, e lo sai che li dietro il cielo non è più grigio ma azzurrissimo? Ed è bellissimo.
Sai quanti alberi si vedono da li, ma ce ne sono tanti e poi tanti, altro che correre li ci passi una estate intera!
E la cosa più bella era che il filo diventava sempre più lungo, sempre più lungo e poi...puff...si staccava da quella piazza e mi lasciava libero di correre dietro a quelle montagne!
Ed era davvero un sogno..si. E volavo via.
Mentre volo via, quando sorvolo le montagne, capisco che non è il respiro delle rocce, ne il colore delle montagne.
Il cielo la dietro è e sarà sempre grigio, di azzurro non se ne vedrà mai.
Mai.
Fino a che dietro a quel filo, su quella piazza, vicino a quell'unico albero, rimarranno anche solo due occhi da grande su un bambino."
E' una storia completamente di fantasia, l'ho scritta non perchè mi sentissi triste, ma così, è semplicemente uscita.
Fortunatamente non ho mai vissuto l'orrore di un campo di concentramento, ho passato solo poche ore all'interno di uno di questi e l'aria che si respira è davvero molto pesante.
Il cielo è davvero tutto grigio, magari non sempre ma mi piace pensare che nemmeno la volta abbia ancora dimenticato del tutto, quando ci pensa troppo anche lei diventa triste.
E come potrebbero dimenticare due occhi che sono dovuti diventare loro malgrado "grandi", racchiusi in un cuore ancora piccolo ma non di sentimenti.
Oniriche fughe oltre le montagne a cercare un pezzo di azzurro o un albero in più. O chissà cosa, magari solo a cercare di dimenticare l'orrore di quei giorni che non passavano mai. Senza avere paura mai.
Una storia, dunque, un po' di parole a quasi 61 anni dall'anniversario di liberazione di Auschwitz, simbolo di tanti troppi campi di concentramento.
Dedicata ad un bambino che spero non sia mai esistito, se non nei miei pensieri notturni.